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Disturbi alimentari: cause e sintomi

INDICE:


Cosa succede nella mente di chi ha disturbi alimentari?

In questo articolo parleremo (io e Samantha Dernio) del mondo ancora poco chiaro dei disturbi alimentari, cause e sintomi, e del rapporto tra cibo e mente. 

Di solito si usa l’espressione “cibo per la mente” proprio quando si vuole definire questo ambito di ricerca e le complesse intersezioni tra disturbi del comportamento alimentare, problemi relazionali e psicologia emotocognitiva (un approccio psicofisiologico della psicologia). 

In parole povere: il modo in cui ci relazioniamo con il cibo è direttamente connesso con le nostre emozioni e con come funziona la nostra mente. 

Cosa succede nella mente di chi ha disturbi alimentari?

Secondo il World Alzheimer Report 2014, “What is good for your body is good for your brain“, ovvero ciò che fa bene al corpo fa bene anche alla mente. Esistono veri e propri cibi definiti confortevoli, proprio perché contenenti un amminoacido (triptofano) in grado di stimolare la produzione di serotonina (ormone della felicità). Tale ormone rilascia una sensazione di felicità e appagamento che non coinvolge unicamente il nostro palato ma che va ad influenzare positivamente anche i nostri stati d’animo, le emozioni e successivamente azioni e comportamenti. 

Si instaura, in pratica, tra ciò che ingeriamo e le sensazioni che proviamo una vera e propria relazione bilaterale: quello che mangiamo influenza il nostro umore e le nostre emozioni incidono sulla consapevolezza, o meno, delle nostre scelte alimentari. 

L’equilibrio perfetto s’instaura nel momento in cui ci cibiamo consapevolmente, nelle giuste quantità e con piena gestione della nostra sfera emozionale. Il cibo è piacere, godimento e alimentazione.

Ma purtroppo abbiamo tutti, chi più e chi meno, un rapporto conflittuale con il cibo, con il risultato che i disturbi alimentari psicogeni (che derivano dal comportamento della mente) sono molto più diffusi di quanto si pensi. Anzi, oseremmo dire che sono davvero pochi quelli che hanno un rapporto sano tra cibo e emozioni!

Scaviamo più a fondo sul perché e su come uscirne.


Cosa sono i disordini alimentari?

A contrario di quanto più intuitivamente verrebbe da pensare, i disturbi alimentari non interessano solo quelle persone affette dai 3 problemi di alimentazione principali (anoressia, bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata…prosegui nei prossimi paragrafi) – le quali utilizzano il cibo come unica soluzione in risposta a qualsiasi tipo di emozione, sia negativa per colmare una mancanza, sia positiva per festeggiare un successo.

Sono coinvolte, al contrario, anche quelle persone che vivono perennemente a dieta (definiti “a dieta cronica”), in genere sportivi, che spesso arrivano letteralmente a “violentare” il proprio corpo privandosi di determinati cibi considerati il male assoluto. Oppure quelli che, inoltre, si pesano anche 5 volte al giorno, stabilendo un rapporto di amore/ odio con la bilancia, per cui ogni singolo elemento ingerito può comportare un cambiamento nel peso (di solito controllato fino al grammo). Il disturbo alimentare allo stadio più avanzato, insomma, è una questione di piccole ossessioni quotidiane.

Anche in questo caso, dunque, mangiare collegando ragioni emotive a ciò che scegliamo di ingerire, a lungo andare e se non controllato, può portare a danni molto seri al nostro organismo. 

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Disturbi alimentari: cibo per la mente

I disturbi alimentari classici

Normalmente, comunque, quando si parla di disturbi legati al cibo o ai problemi di alimentazione in generale, si pensa subito alle tre malattie alimentari principali: anoressia nervosa, bulimia nervosa e binge eating disorder (disturbo da alimentazione incontrollata). Vediamo in breve cosa sono nello specifico e perché vogliamo prenderli ad esempio per comprendere cosa accade nella mente di chi ha un rapporto tra cibo e mente fuori dalla normalità.

  • Anoressia: privazione da cibo. La persona rifiuta completamente il cibo e vive nel costante desiderio di vedersi magra. Anzi, anche se continua a dimagrire, nella sua testa si vive uno sdoppiamento di percezione per cui si vedrà sempre grassa (e più grassa di quanto appare realmente), con il risultato che non si piacerà mai. In tal senso, il cibo rappresenta il nemico numero 1 e verrà rifiutato categoricamente. Si ignorano, del resto, i risultati di una sottoalimentazione sul corpo, che a lungo andare non funziona più e di avvia verso il collasso cardio-circolatorio;
  • Bulimia: si vive in uno stato perenne di abbuffata compulsiva. Il cibo è il conforto per qualsiasi tipo di emozione, l’alleato fedele che non tradirà mai. La base di questo patto di sangue, però, è quella del vomitare. Il vomiting dei disturbi alimentari (all’atto della abbuffata, nella persona bulimica, infatti, deve seguire necessariamente il vomito), del resto, è l’unico modo per controllare i risultati del cibo nel corpo della persona. Come a dire: posso mangiare quanto voglio e non mi fa niente (ma solo perché vomitando immediatamente non si dà tempo al corpo di assimilare i componenti del cibo, grassi specialmente). Il problema nasce dal fatto che sia il vomito sia una alimentazione senza assimilazione dei nutrienti sono fortemente deleteri per l’organismo;
  • Binge Eating Disorder o BED: caratterizzato dalla presenza di crisi bulimiche, senza il ricorso a comportamenti di compenso e/o di eliminazione. In questo caso, il legame malato con il cibo sta tutto nel fatto che si ingrassa a dismisura, arrivando anche a a casi di obesità grave.

Se per i “tradizionali” e conosciuti disturbi alimentari, quali anoressia e bulimia, la letteratura è molto vasta, ancora molto poco si conosce sul terzo disturbo alimentare, sottovalutato dal punto di vista clinico per decenni. Ecco perché é importante considerare il binge eating come esempio di legame malato tra cibo e mente.


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Anoressia: disordini alimentari classici

Il BED – Binge Eating Disorder

Il binge eating è, come dice la parola stessa, un modo di mangiare “a volontà” (il termine binge in inglese è utilizzato proprio per questo, anche per coloro che bevono senza fermarsi, per i quali si parla di binge drinking). 

Come funziona questo disturbo da alimentazione incontrollata? Ne abbiamo parlato diffusamente in un altro articolo, mentre qui lo citiamo per evidenziare ancora una volta come si muove il meccanismo “malato” del rapporto cibo mente e nei disturbi alimentari in generale. 

Per il binge eater, il cibo non è un modo per sfamarsi e farsi passare la fame, quanto piuttosto una vera e propria ossessione. Si vive in uno stato di ansia generalizzata con il pensiero costante sul cibo: cosa mangio? quanta quantità posso mangiare senza che qualcuno se ne accorga? c’è qualcuno che mi controlla? 

Il ruminare su questo pensiero, oltre alla strategia di coping che la persona attua con il cibo, fa in modo che si soffra appunto di un grave disturbo ossessivo compulsivo. 

Sfamare la nostra fame emotiva, abbuffandoci, inoltre, non risolverà il nostro malessere, ma anzi intensificherà le emozioni negative associate al mangiare: senso di colpa, frustrazione ed inadeguatezza per non riuscire a fermarsi, senso di fallimento, ansia sociale. 

Si entra, quindi, in un circolo vizioso in cui le emozioni che reprimiamo non si eliminano, ma vanno ad accumularsi nel tempo, generando veri e propri stati infiammatori e di malessere psicofisico. Se mangio sto meglio nel breve periodo ma mi sento in colpa nel lungo periodo. E cosa fa una persona affetta dal disturbo da alimentazione incontrollata per sentirsi meglio? Mangia, per poi sentirsi in colpa e mangiare di nuovo! Come vedete, è un movimento perpetuo verso la auto-distruzione. 


Fame vera vs. Fame emotiva

Il primo passo per risolvere un problema è, innanzitutto riconoscerlo, esserne consapevoli e studiare un percorso personale per riuscire ad arginarlo. Quali sono i sintomi dei disordini alimentari?  

Fermati un secondo.. Se hai letto fino a qui, molto probabilmente, ti riconosci nella problematica o sei semplicemente curiosa/o.. 

La domanda da porsi è: quante volte mangio per fame reale (lo stomaco che brontola, per capirci)? E quante volte, al contrario, mangio perché sto vivendo un momento di morbosità verso un alimento che potrei anche non mangiare? 

Quali sono le principali differenze tra questi due approcci?

Fame vera (meccanica)

  • Non inquadra un tipo di alimento;
  • È guidata da una scelta consapevole del pasto;
  • È graduale e può essere posticipata ;
  • Una volta soddisfatta ci si sente sazi;
  • Non genera senso di colpa;

Fame emotiva

  • È specifica di un alimento preciso (es. pizza, gelato, cereali);
  • È improvvisa, implacabile, insistente;
  • Genera senso di colpa;
  • Ci si sente ipnotizzati, non si riesce a pensare ad altro;

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Binge Eating Disorder: craving

I cibi emozionali

Vi è mai capitato di desiderare ardentemente una pizza, un gelato, ecc.? Più lo desiderate e più non riuscite a scacciarlo dalla mente? Perché? Perché è il nostro inconscio a manovrare il tutto. 

Usando il linguaggio delle sensazioni e delle immagini, infatti, il nostro inconscio non è in grado di avvertire la privazione, e quindi proietta tutto il nostro organismo, la nostra energia e le nostre emozioni verso l’oggetto del desiderio. 

In termini tecnici, si parla di CRAVING, ossia il desiderio irrefrenabile che si prova per un particolare alimento. È emersa, infatti, una relazione tra tipi di cibo e relative emozioni associate. 

Ecco alcuni esempi:

  • DOLCE: l’oggetto del desiderio per antonomasia. Può un gelato non essere in grado di amare, di farci sentire meno soli e abbandonati? Tutto bellissimo, tutta una favola.. Se non fosse per i valori di glucosio ed insulina che vengono proiettati verso l’infinito e oltre;
  • SALATO: il sale richiama acqua, e l’acqua da idea di movimento, di flusso. Chi ricerca cibi salati ha bisogno di staccare la spina, di seguire l’andamento della vita.. Certo è, che con la pressione alta, non si farà di sicuro molta strada;
  • CAFFEINA: o meglio definita “Take a BREAK“, fermati, ascoltati… Anche se porta la pressione alle stelle;
  • CIBI CROCCANTI: se si è irrequieti, masticare può sicuramente dare una sensazione di distensione momentanea. Di breve durata, però, perché sicuramente, dopo un po’ si rischia di rimetterci la mandibola.

Disturbi alimentari: come uscirne?

Un semplice articolo non può sicuramente essere la soluzione finale ad una relazione malata con il cibo che va avanti da anni, ma può aiutare a riconoscersi nel problema ed iniziare a valutarlo con una visione differente. Non dimenticandoci che il nostro scopo principale è lo stare bene, vivere in serenità e accertarci prima di tutto nella nostra unicità. 

In Italia esistono molti centri per la cura del binge eating e degli altri disordini alimentari gravi, e ne parleremo diffusamente nei prossimi articoli dedicati all’argomento. Quello che vogliamo fare qui è, al contrario, dare alcune idee su come poter ragionare in maniera più serena sul rapporto cibo-mente, il mindful eating e provare ad alimentarci in maniera più consapevole.

Ecco tre esempi:

1. La “regola del piatto” 

  • COLORE: cercate di creare associazioni cromatiche tra i vari alimenti, piatti colorati, che diano allegria anche solo a guardarli;
  • COMBINAZIONI SENSORIALI E DI SAPORI: abbinate gusti diversi tra loro, salato con dolce, acido con amaro, ricorrete all’uso di spezie aromatiche, giocate con gli abbinamenti (ovviamente vi devono piacere);
  • GRANDEZZA: utilizzare piatti da portata più grandi illude la mente, ancor più se utilizzate cibi voluminosi a bassa densità energetica, es.frutta, alcuni cereali come la quinoa, uova, ecc.;

2. Mindful eating 

Sul rapporto tra mindfulness e disturbi alimentari, finalmente, si sta discutendo molto. In cosa consiste il mindful eating? Nell’applicazione del metodo mindfulness (che merita una trattazione a parte tanto è vasto l’argomento, e infatti puoi scoprirlo in questo articolo che abbiamo affrontato in passato) all’atto di mangiare, che, quindi, riguarda un alimentarsi consapevolmente gioendo del momento presente, boccone dopo boccone, assaporando con cuore, palato e mente il pasto o anche un semplice snack. Puoi approfondire questo discorso anche qui!

Come si fa? 

  • PARTECIPAZIONE: sono davanti al piatto, mi prendo 10/15 minuti per godermi quel pasto, abbandonando il telefono, sedendomi a tavola, visto che ormai, presi dalla fretta dei ritmi, il pasto finisce senza che ce ne rendiamo conto;
  • USO DEI SENSI: anche se è una pietanza che conosci già, assaporala come se fosse la prima volta, coinvolgendo tutti i sensi, guardandola, sentendola, toccandola;
  • CONTESTO: cambia scenario, mangia in un’altra posizione del tavolo;

3. Parlarne

Quando su questo sito è stato pubblicato l’articolo sul Binge Eating Disorder, sono state molte le persone che si sono sentite chiamate in causa, e altrettante hanno scelto la strada della condivisione. Parlarne, in pratica, fa bene. Anzi, TANTO BENE. Ci sono molte persone affette da disturbi alimentari che hanno scelto la via del silenzio, dell’isolamento, sia perché potrebbero soffrire di problemi relazionali sia perché in questo modo possono lasciarsi andare alla propria fame incontrollabile senza temere di essere visti e, cosa ancora peggiore, giudicati. 

Se aprirsi e parlarne può essere il primo step per la consapevolezza della propria malattia alimentare, il consiglio generale in questi casi, è sempre quello di rivolgersi  ad uno specialista. Uno psicologo alimentare, infatti, può essere la soluzione più adatta per affrontare il proprio disordine alimentare partendo con il piede giusto. 


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Cibi emozionali: il dolce

Per concludere…

I disturbi alimentari sono uno dei mali che affliggono generazioni di giovani donne e anche di molti uomini, ma uscirne non è impossibile! Ci vuole sostegno, supporto, determinazione e anche tanta forza di volontà. Ci vuole anche, secondo noi, la presa di coscienza che uscirne potrebbe dipendere da noi. Come diciamo sempre: bisogna aspettare di far “scattare il chip” nel cervello, e comprendere che queso tipo di disordini alimentari non si risolvono con una dieta. È una costante relazione con il cibo. È spesso una lotta, come piace dire a noi. Ma con un nemico che di per sé non è un nemico reale, se non una proiezione delle nostre paure. Scavarsi dentro, per risolvere i problemi in “superficie”.

E voi? Avete vissuto uno di questi sintomi? Se volete condividerlo, lasciate un messaggio qui sotto!


Melania e Samantha

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