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Jonny fa la modella in America: un sogno che, giorno dopo giorno, diventa un incubo. E non perché vuole dimagrire… ma perché vuole avere il controllo della sua vita. In questa prima parte scopriamo insieme la sua storia e l’ossessione maniacale del controllo. (Photo Credits Copertina: Cameron Bowser)


Come eri da bambina?

Guardandomi, sembravo la bambolina bionda con gli occhi azzurri, ma era tutto fumo negli occhi. Ho iniziato fin da subito a perculare la gente, insomma. […] Ero una bambina su cui chiunque aveva difficoltà ad imporre la propria autorità. Non mi piacevano le smancerie né gli abbracci, perché la falsità che respiravo dal mondo degli adulti intorno a me mi aveva già messa in guardia. […]

Mi piaceva tenere le cose sotto controllo, fare dei rituali, essere metodica, creare degli schemi che addomesticavano la realtà circostante.

Ero comandina, competitiva e non mi facevo problemi a pestare i piedi agli altri per ottenere quello che volevo. Ero polemica e provocante, dicevo sempre tutto quello che pensavo, senza filtri, senza fregarmene di poter urtare la sensibilità altrui. […] Spesso cadevo, perché tentavo manovre azzardate. I miei ginocchi erano sempre ricoperti di croste che tornavano a sanguinare, senza mai guarire, dopo l’ennesima caduta. La metafora della mia vita.


Quando hai iniziato a manifestare malessere con il cibo?

Quando avevo 15 anni, nella mia scuola venne fatto un casting da parte di un’agenzia, perché cercavano adolescenti per spot pubblicitari e robe così. Io venni notata, ed iniziai a lavorare per quell’agenzia. […] Per avere ulteriori possibilità di ampliare il mio campo d’impiego, quando avevo 18 anni si è aperta una possibilità, quindi ho mollato la scuola e mi sono trasferita negli U.S.A. e lì ho pure continuato a lavorare come modella, e tutto bene per un altro annetto circa. Però c’è da dire che negli U.S.A. la concorrenza è più serrata, e il lavoro è retribuito in maniera peggiore, quindi per arrotondare iniziai anche a lavorare come ragazza-immagine in diversi locali.

E qui commisi il mio primo passo-falso: iniziai ad utilizzare sostanze stupefacenti (che era facile reperire nei locali in cui lavoravo come ragazza-immagine) per essere sempre sul pezzo.

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Photo Credits: Cameron Bowser

Poi sono arrivata ad un punto in cui ero tagliata fuori da tutto, ed ero anche sul punto di perdere il lavoro, e non mi restava una mazza di niente. […] E lì mi sono giurata che non avrei più toccato roba.

Ma me lo sono giurata sul serio, non come avevo fatto tante volte prima, che mi dicevo questa è l’ultima volta, ma poi era sempre la penultima. Solo che le cose non sono andate lisce.

Ho smesso di fare uso di stupefacenti, certo, e sono rimasta pulita per alcuni mesi, ma mi sentivo come se avessi perso completamente il controllo, e sapevo che ero sul punto di farmi nuovamente, da un momento all’altro, e a quel punto davvero non ne sarei più uscita. È stato qui che ho conosciuto l’anoressia.


Come ti comportavi quando hai “scoperto” l’anoressia?

Ho iniziato a restringere l’alimentazione, e questo ha fatto da meccanismo di compensazione. Mi sono di nuovo sentita in controllo. Mi è tornato il terreno sotto ai piedi. Non avevo più bisogno degli stupefacenti, perché c’era qualcosa di ancora migliore.

L’anoressia era diventata il mio nuovo punto di partenza. […]

Quando sono scivolata nell’anoressia, ho iniziato a restringere l’alimentazione piano piano. Sempre un po’ meno, sempre un po’ meno, sempre un po’ meno, come i passettini di una formica che sono piccoli ma che poi portano lontano. Dopo un anno e mezzo mangiavo come una bambina dell’asilo, cioè veramente poco. Non era tanto un che cosa mangiare, era proprio un quanto mangiare. Doveva essere sempre un po’ di meno. Ma lentamente, perché anche lì dovevo sentire che avevo il controllo.

Quindi la mia restrizione alimentare è stata molto lenta, non ho mai saltato i pasti né fatto digiuni, perché questo per me avrebbe significato poter poi perdere totalmente il controllo, cosa che reputavo intollerabile. […]


Che emozioni avevi?

L’emozione principale per me è sempre stata questo sentire che avevo il controllo.

Restringendo l’alimentazione, in effetti, la sensazione non è solo quella di controllare in cibo in sé per sé: sembra di poter controllare tutto quanto, tutto quello che c’è e che succede nella vita. È una cosa che dà soddisfazione, che dà potenza ed energia.

È paradossale, lo so, perché più si restringe, più si dimagrisce, e più le energie se ne vanno. Ma nell’anoressia corpo e mente si dissociano, per cui io ricordo di aver provato una grande energia e un grande benessere anche quando ho raggiunto un peso assurdamente basso (per la cronaca, sono alta 181 cm). È qui che l’anoressia fotte.

Fotte perché, pur mandando a puttane il cervello, ti fa stare bene come mai sei stata prima in vita tua. Ti fa sentire che non c’è nient’altro così. Che qualsiasi cosa tu abbia fatto o tu possa fare nella vita, non ti darà mai una tale realizzazione, una tale completezza, una tale sensazione di pieno controllo. È per questo che si rimane invischiate.

Per quanto la mia mente senziente sappia che sono tutte cazzate, che è una malattia mentale, c’è sempre una parte della mia mente che la ammansisce, e che in certi momenti le fa credere che l’anoressia sia comunque la risposta a tutto, perché il vero obiettivo è il controllo.


C’erano delle misure precise che il tuo corpo doveva avere (tipo centimetri di gambe e braccia)?

No, non avevo nessun obiettivo specifico in tal senso. Di fatto, l’obiettivo era sentire che avevo il controllo. Come questo si riproiettasse poi sul mio corpo, mi era piuttosto indifferente […].


Ti pesavi? Quante volte?

No, mai pesata. Anche qui, vale un po’ lo stesso discorso: il punto non era il numero che potevo vedere sulla bilancia. Il punto non era l’aspetto fisico che potevo avere. Se restringi l’alimentazione, dimagrisci, questo è scontato.

Non ho mai sentito il bisogno di quantificare in qualche modo il mio dimagrimento, perché l’atto fondante in sé era quello di avere dei comportamenti che mi consentissero di sentirmi di avere il controllo. Se poi perdevo 1 kilo, 20 kili, 1000 kili, questo non mi è mai importato. Contava solo il modo in cui la restrizione alimentare mi faceva sentire.

Il corpo era un mezzo, ma la mente era il fine. L’obiettivo non era dimagrire o avere certe misure, l’obiettivo era controllare.


Passavi mai davanti ad uno specchio? Come andava?

Ovviamente, dato il mio lavoro, passavo e tutt’ora passo la maggior parte delle mie giornate davanti allo specchio, per forza di cose.[…]

L’anoressia non è un problema di come ti vedi allo specchio. Certo, tutti hanno in mente quel famoso spot in cui c’è una povera tipa che ha tre ossa in croce e si specchia facendo body checking e si vede obesa, ma questa non è l’anoressia, questa è la dismorfofobia, che è un’altra cosa.

Qualcuna che ha l’anoressia può anche avere contemporaneamente la dismorfofobia, ci sta, si possono pure avere più cose insieme, ma non è sempre così, infatti nel mio caso non è così. Sono comunque due cose a sé stanti, non necessariamente sempre presenti. Io sono sempre stata consapevole della mia magrezza, e non mi sono mai vista diversa da quella che sono.

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Photo Credits: NyghtFalcon Photograpy

Eri socievole? Ne hai mai parlato con qualcuno?

No, mai. Per vari motivi. Principalmente perché non ho mai avuto né avrei adesso nessuno con cui parlarne in maniera onesta. Poi, all’inizio, con l’anoressia, io non vedevo nemmeno il problema, anzi, per me non era un problema, era quella cosa che mi aveva fatto smettere definitivamente di farmi e non ne avevo neanche più la voglia, quindi altro che problema, era la soluzione!

Ma poi non vale la pena neanche di parlarne, tanto la gente non ne capisce niente di queste cose, è imbottita di stereotipi generati dalla scorretta informazione data dai mass-media, quindi non stanno neanche ad ascoltare perché sono intrinsecamente convinti di avere ragione. E comunque chi non c’è passato, chi non l’ha vissuta sulla propria pelle, non può capirne veramente, quindi parlarne con loro è inutile proprio.


Hai avuto altri disturbi alimentari collegati?

No, solo anoressia. Solo restrizione alimentare, senza nessun altro tipo di comportamento tipo digiuno, vomito auto-indotto, o abuso di lassativi e diuretici, iper-attività fisica, no, niente del genere. Solo restrizione, anoressia pura. Ed è più che sufficiente, direi, mi basta e mi avanza […].


Avevi delle strategie per arrivare al limite senza rischiare la vita (compensazioni; attacchi di abbuffate ecc.)?

Nessuna. E infatti credo di aver rischiato la vita più volte. Ho raggiunto pesi drasticamente bassi, poi sono tornata in su, poi sono risprofondata, insomma, un pendolo. Ed è tutt’ora così, anche se da un pezzo non torno più ad una magrezza che metterebbe a rischio la mia sopravvivenza.

Diciamo che ancora adesso io alterno momenti in cui riesco ad impormi di alimentarmi in maniera decente, e quindi riesco a raggiungere e a mantenere un peso che va bene, e poi ci sono momenti in cui riprendo a restringere, e torno di nuovo in basso (anche se non eccessivamente).

Dipende da come mi gira, fondamentalmente, da come riesco a tenere testa all’anoressia: ci sono periodi in cui riesco, e allora mi obbligo a non restringere, e momenti in cui non riesco, e riscendo la china.


Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Che quando ti infogni nell’anoressia è un casino. Non è una cosa alla smetto quando voglio, è una cosa che ti tiene la testa premuta sotto il pelo dell’acqua. Ogni tanto la alzi, riprendi il respiro, e poi ti ritira sotto. E non puoi annegarla, perché lei sa nuotare.

Con le scelte di vita che ho fatto, alla fine mi sono rinchiusa in una gabbia. Che è proprio il modo in cui l’anoressia ti fa sentire. L’unico posto in cui mi sono sentita, e mi sento, salva e protetta. Al riparo. Al sicuro. Con la dannata anoressia ho perso me stessa nella mia ricerca per trovare qualche cosa dietro cui nascondere la vera me stessa. E poi, non rimane niente. Si rimane niente. Maschere vuote, etichette senza significato, che non vale neanche la pena di sprecare tempo a leggere.

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Photo Credits: Rob Randall

Vivi ancora dei momenti difficili? Sei rassegnata?

Alterno momenti migliori a momenti peggiori. Momenti in cui riesco ad alimentarmi a verso, e momenti in cui torno a restringere. Ma non c’è un trigger particolare che mi fa passare da una fase all’altra, nel senso, non è che succede qualcosa e allora, in risposta, io mi metto a restringere.

Dipende da quello che mi dice la mia testa giorno per giorno, com’è presa quando mi alzo da letto la mattina, magari passo anche mesi che vanno meglio, in cui la mia alimentazione è okay, e poi riscendo giù per la china senza una ragione particolare, ma semplicemente perché voglio tornare a provare quella gratificante sensazione di controllo che l’anoressia mi fornisce.

Più che rassegnata, direi, mi sento consapevole. Consapevole di quelle che sono le mie possibilità di manovra. Rassegnarsi secondo me è proprio sbagliato come approccio a tutte le cose della vita in generale. Però è importante cercare di avere oggettività. Non mi rassegno, ma sono consapevole di me e so fin dove posso arrivare […].

Fine prima parte

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By Melania Romanelli

 Melania Romanelli, scrittrice, blogger e Coach Alimentare. Nel 2017 ha pubblicato su Amazon il romanzo “Spero Tutto Bene: un viaggio alla ricerca della felicità è sempre un ritorno a casa”. Blogger e Content Creator presso www.melaniaromanelli.com, personal coach sui temi di crescita personale, olismo energetico, spiritualità, disciplina e routine. Nel 2019 ha creato il programma "BED LIONS: come guarire dal Binge Eating Disorder”, per aiutare tutte le persone che soffrono del disturbo alimentare Binge Eating a guarire facendo appello alla propria forza interiore. Vive tra Canarie, Spagna e Italia. Per saperne di più: www.melaniaromanelli.com. Scopri di più su Melania!

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