La storia di Veggie e della sua battaglia contro l’anoressia nervosa Sottotipo 1. In questa prima parte, affrontiamo i primi segnali del disturbo alimentare e il ricovero coatto in un centro DCA.


Ciao Veggie! Come eri da bambina?

In realtà, ero una bambina comunissima. Niente avrebbe mai fatto pensare – né MI avrebbe mai fatto pensare – che crescendo avrei sviluppato un Disturbo del Comportamento Alimentare chiamato Anoressia Nervosa Sottotipo 1. 

C’è stata tuttavia una costante che mi ha accompagnata fin dalla mia più tenera età, fin da che ho memoria: il controllo

Ma questo lo dico a posteriori. Quando fin dalla primissima infanzia sei una bambina “controllante”, non te ne rendi conto perché è meramente una caratteristica insita in sé. E non fa male, anzi: disciplina la vita e dà sicurezza, fa sentire come se tutto dipendesse da sé, fa sentire forte, in gamba.

Ero la bambina che quando andava all’asilo attraversava la strada sulle strisce pedonali saltando le linee bianche e mettendo i piedi solo sulle parti “nere” dell’asfalto. Ero la bambina che giocava con le costruzioni della “Lego” e separava sempre i mattoncini per forma e per colore. Ero la bambina che quando usciva fuori faceva sempre i soliti percorsi per strada. Ero la ragazzina che ogni sera si scriveva una schedula delle cose da fare per il giorno dopo, con tanto di orari, e poi la rispettava.

Ero la ragazzina che si vestiva sempre in un certo ordine, faceva i compiti con un certo ordine, rimetteva le cose con un certo ordine, si allenava sempre in un certo modo, stava meticolosamente attenta agli orari, niente sfuggiva dalla sua sfera di personale controllo. Come se tutto nella mia vita dipendesse da me. 

Però – anche se ad occhio esterno potrebbe non sembrare – io ero veramente serena, nel mio vivere. Per me tutto questo era assolutamente normale. La mia intera infanzia ed i primi anni della mia adolescenza sono proprio un bel ricordo per me. Andavo molto bene a scuola, facevo sport (karate) e anche lì ottenevo buonissime prestazioni, mi piaceva fare un sacco di cose, insomma, avevo parecchi hobby con cui impiegavo il mio tempo libero. 

Non solo: avevo la fortuna di avere dei genitori veramente in gamba, e un fratello minore che è, ed è sempre stato, la grande bellezza della mia vita. Il controllo c’è sempre stato nella mia vita, in maniera continua e costante, spaziando sostanzialmente nella maggior parte degli ambiti… ma non mi impediva comunque di godermela a pieno, era un controllo che veniva a patti con la mia quotidianità, la modulava e la integrava in maniera assolutamente positiva e costruttiva. 

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AUTRICE DEL DISEGNO: VEGGIE

Quando hai iniziato a manifestare malessere con il cibo? Quando hai manifestato i primi episodi anoressici / bulimici? Che emozioni e comportamenti avevi? 

Non conoscevo l’anoressia se non per nome, e certo non avrei mai pensato che sarei arrivata a quello. Io ero solo una 14enne alla spasmodica ricerca del controllo in ogni qualsiasi ambito della propria vita, che si era ad un certo punto accorta che anche l’alimentazione, in fondo, era una cosa che si poteva controllare.

Non solo: controllare e schematizzare. E farlo restringendo era meramente un modo per dimostrare a me stessa che potevo tenere sotto controllo e quindi scegliere scientemente di modulare anche un istinto biologico come il bisogno di nutrirsi. 

Se avessi controllato anche l’alimentazione, sarei arrivata a controllare ogni singolo aspetto della mia vita: cosa mai avrebbe potuto farmi sentire più forte di così? 

Perciò, ho iniziato a restringere l’alimentazione. E l’ho fatto in una maniera che, all’epoca, mi sembrava potesse garantirmi il massimo del controllo: la restrizione alimentare doveva essere estremamente graduale – questo per darmi il doppio beneficio di non soffrire dei morsi della fame e, appunto, di fare in modo che i miei genitori non se ne accorgessero – ma soprattutto doveva rispondere ad un piano di riduzione progressiva, quantitativa ma non qualitativa, che io stessa elaboravo via via, schedulandolo come ero solita fare con ogni cosa della mia vita. 


C’erano misure precise che il tuo corpo doveva avere (tipo centimetri di gambe e braccia)? Quante volte ti pesavi? Come stavi quando passavi davanti ad uno specchio?

Non ho mai contato le calorie, non mi sono mai pesata, non ho mai fatto particolare attenzione alla tipologia di nutrienti, non mi interessava di guardarmi allo specchio, non ho mai avuto iperattività, ma restringevo l’alimentazione pur continuando a svolgere le mie abituali attività…

E se l’attività da dispendio energetico è sempre la stessa ma pian piano l’introito diminuisce, è ovvio che il peso si riduca, non avevo bisogno di bilance che mi confermassero questo, né ho adottato altro tipo di “condotte di compensazione” perché continuando a restringere, senza mai sgarrare, non ne avevo bisogno… e poi perché niente di tutto questo era rilevante per me. 

Non avevo fretta di restringere, perché non contava nulla dimagrire ma solo controllare. Anzi, la magrezza poco a poco sempre maggiore, peggiorava le mie performances sportive e questo mi scocciava molto, ma consideravo comunque quel dimagrimento un “effetto collaterale”, un sacrificio necessario che dovevo tollerare perché dall’altra parte avevo il controllo, che era l’obiettivo primo e più importante a cui anelavo: forza e controllo, l’essenza. 

Stavo facendo qualcosa di veramente speciale: ero in grado di anteporre la mia testa alla biologia! In una parola: onnipotenza.

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AUTRICE DELLA FOTO: VEGGIE

Lo sapevano gli altri (famiglia, scuola / lavoro, amici)?

Ero già una ragazzina naturalmente magra, sono sempre stata magra fin da piccola (ho la fortuna genica di essere figlia di genitori magri), non avevo alcun problema in generale, ed ottenevo sufficienti successi scolastici e sportivi da farmi sentire una persona vincente.

Ho ristretto l’alimentazione in maniera estremamente lenta e progressiva, togliendo piccolissime quantità di cibo da ogni pasto, ma rimanendo poi sulla nuova soglia di riduzione in maniera costante anche per settimane, infatti il mio calo di peso complessivo – assai rilevante in totale – è avvenuto nell’arco di circa 2 anni e mezzo. 

Ecco perché i miei genitori, che mi tenevano sott’occhio quotidianamente, lì per lì non se ne sono accorti: non ci si accorge mai che le persone cambiano quando le si hanno accanto tutti i giorni, e le modificazioni avvengono con lentezza pachidermica… ci se ne accorge solo quando una persona non la si vede per un pezzo. O quando si confrontano le fotografie di 2 anni e mezzo prima con il presente. È stato lì che il filo si è spezzato, i miei giochi scoperti, il mio universo disintegrato. 


Hai mai lanciato un grido d’allarme?

Io stavo bene nel mio mindset di controllo, perciò non ho mai avuto bisogno di lanciare un “grido d’allarme”, anche perché dal mio punto di vista non ce n’era ragione. Io e l’anoressia eravamo perfettamente egosintoniche. 

I miei genitori non appena se ne resero conto, però, cercarono di correre ai ripari. A loro modo, si capisce. Mi trascinarono dal medico di famiglia, poi da una dietista, poi da una psichiatra. Mi dissero che mi volevano aiutare a stare bene e che, con quello che stavo facendo, mi stavo distruggendo la vita. 

Avevano ragione, ovviamente, ma sul momento io la pensavo in maniera opposta: pensavo solo che, con ciò che erano messi a fare “per il mio bene”, avevano iniziato a distruggere quella che in quel momento consideravo la mia vera vita.

La psichiatra nel suo ufficio, dopo quasi 4 ore di colloquio, aveva pronunciato quel suo verdetto senza possibilità d’appello: “Anoressia Nervosa Sottotipo 1” (che è sempre stato il mio unico tipo di DCA). E date le mie condizioni psicofisiche (poiché mi limitavo solo a restringere l’alimentazione, senza alcun tipo di compensazione e senza alcuna abbuffata), c’era una sola cosa che bisognava fare, un’unica possibile soluzione alla fine di tutto. I miei genitori erano assolutamente d’accordo. 

Ma io l’avevo capito in quel momento, nello studio della psichiatra: quella che lei proponeva non era la sola soluzione alla fine di tutto. Tutto era già finito. Chi mi aveva cacciata dal mio personale paradiso? Quale peccato e quale angelo? Chi mi aveva costretta a correre così, senza riposo?


Raccontaci il tuo ricovero nel centro DCA…

Quando sono stata ricoverata in una clinica specializzata nel trattamento delle persone con DCA per la prima volta (ero minorenne, ed è stato un ricovero coatto) ho veramente sclerato. Io non ero assolutamente pronta né consenziente, quindi ovviamente quel ricovero è stato un completo insuccesso. 

Mi sentivo dilaniata dal fatto che la mia routine fosse scandita dagli impegni organizzati dalla clinica, e che la mia alimentazione fosse gestita da un dietista: in questo modo non avevo più alcun controllo, e questo per me era intollerabile. 

Io non potevo sopportarlo, non per il peso in sé per sé, di quello me ne fregava poco e niente, come del resto sempre poco e niente me n’era fregato, bensì perché quello che succedeva in clinica non lo stavo decidendo io, non lo stavo controllando io. 

Mi sentivo di non avere più controllo, ed era questo che non riuscivo a sopportare: il fatto che qualcuno mi avesse strappato via il mio “amato” controllo. 

Non m’importava del peso in sé, non mi importava delle forme, della fisicità, ma mi spezzava la sensazione di non poter più controllare niente. Inutile aggiungere che quando ho terminato questo ricovero ho avuto immediatamente una ricaduta, eh?! 

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Comunque il tempo è passato, io ho fatto altri 4 ricoveri, stavolta per mia scelta (poiché ero diventata maggiorenne nel frattempo), e a poco a poco, molto lentamente, le cose hanno iniziato a migliorare (anche se ho comunque avuto delle ulteriori ricadute). Questi 4 ricoveri sono comunque stati veramente utili ed importanti, perché li avevo scelti. 

Però non è stata comunque una strada in discesa, anzi, tutt’altro! Quando stavo dentro la clinica vivevo in un mondo “ovattato”.

Venivo seguita quotidianamente sia da un punto di vista psicoterapeutico che nutrizionale, facevo gruppi, attività, ed ero costantemente circondata da persone da cui mi sentivo compresa perché avevano anche loro un DCA, e ci supportavamo a vicenda… tutto molto funzionale. Il “mondo esterno” non esisteva. Quindi, da un certo punto di vista, quando ero in clinica il mio mindset migliorava, e ne uscivo motivata e determinata a combattere contro l’anoressia. 

Poi però mi ritrovavo sola nella mia vita quotidiana e finivo inevitabilmente, dopo un lasso di tempo più o meno lungo, per ricadere nella restrizione alimentare…

FINE PRIMA PARTE

Buona Navigazione 😉