Veggie è stata costretta ad entrare in un centro DCA contro la sua volontà. In questa seconda parte affrontiamo la sua vita una volta uscita dal centro.


Quando sei uscita dal centro DCA come è andata?

Dopo l’ultimo ricovero ho appunto scelto una strada un po’ diversa… innanzitutto, non mi sono “staccata di botto” dalla struttura, ma ho continuato a fare Day Hospital tutti i giorni per un mese, poi 3 volte/settimana per altri 3 mesi, e poi diradando progressivamente…

Allo stesso tempo, ho iniziato ad essere seguita sia da una dietista sia da una psicologa, con le quali facevo incontri a cadenza settimanale. In questo modo, ho avuto un supporto più continuativo, che mi ha aiutato maggiormente. 

Questo non vuol dire che io non abbia mai più avuto ricadute ed abbia sempre “vissuto felice e contenta”… purtroppo la vita non è il mondo delle favole… Però, quando sono riscivolata, ho sempre avuto vicino il supporto professionale necessario per evitare di sprofondare troppo in basso, riprendendo il mio percorso quanto più rapidamente possibile… […]

Naturalmente, continuo a combattere anche adesso, giorno dopo giorno… affinché l’anoressia possa non riprendere mai più il sopravvento, ed io possa andare avanti con una vita che meriti davvero di essere vissuta.


Hai mai pensato quando soffrivi del tuo DCA che volevi uscirne?

Col tempo mi sono accorta che mi ero fregata da sola. Che l’anoressia non mi avrebbe mai portato tutto quello che prometteva. Anzi, al contrario, avrei dovuto sopportare una vita fatta solo di compromessi, dove non ci sarebbe stata davvero gran differenza tra vivere e morire. Una vita a metà. 

E mi sono resa conto che l’anoressia aveva promesso di farmi sentire diversa, speciale, forte, e soprattutto in controllo… ed è vero, mi faceva sentir così, ma era una cosa effimera, perché il peso sarebbe arrivato ad un punto così basso da non essere più compatibile con la vita… e quindi in realtà la mia infernale compagna mi aveva fatta prigioniera, rubando anni, energie, pensieri, amici, hobby, studio, lavoro. 

Aveva rubato me stessa, aveva cancellato quello che ero e quello che avrei potuto essere. Aveva portato via la parte migliore di me, le cose che mi piacevano. Perciò mi era rimasta solo una grande stanchezza, una solitudine senza confini, giorni fatti di ossessione per il controllo e di vuoto. Niente. Non mi era rimasto più niente. Forse è stata questa la molla che mi ha spinto a reagire.

AUTRICE DEL DISEGNO: VEGGIE

Quando hai capito che potevi farcela?

Non so bene neppure com’è iniziato. Ma, già, dopo tanti anni, è proprio iniziato. È quasi buffo, no? Ma, chissà, forse è stato perché stava finendo tutto e io non volevo che finisse in quel modo. Sentivo che ogni giorno un pezzo di me se ne andava e io non sapevo più che fare. 

La cosa più terribile, mi sono accorta in quel momento, non è morire. L’inferno vero è restare, restare senza esserci mai. Restare senza sapere più dove andare.

Non volevo vivere in quel modo… in fin dei conti, avevo sempre il desiderio di fare qualcosa di speciale. 

E allora ho capito che la cosa più speciale che potessi fare era provare ad essere “normale”. E a superare, in questa normalità, tutte le sfide quotidiane. Perché è questa la vera forza. Non quella illusoria che l’anoressia sembrava darmi. L’Estate stava arrivando, e volevo godermi anch’io un giorno di sole sentendomi libera. Perché volevo ancora sperare. Perché volevo ritornare.

[…] Ho avuto miriadi di cadute e ricadute, ma mi sono sempre rialzata. E allo stesso tempo ho preso il “piano alimentare”, che la dietista mi aveva prescritto, in cui c’era scritto tutto ciò che dovevo mangiare quotidianamente e in quali dosi, e mi sono messa a seguirlo sul serio, con meticolosa precisione, senza sgarrare. 

Mi sono accorta che quella poteva essere la mia nuova schedula alimentare, una schedula modulabile con il tempo, ma in maniera sana: non dovevo rinunciare al controllo, ma semplicemente demandarlo ad una professionista, creando così uno schema che mi lasciasse la possibilità di alimentarmi in maniera sana, perché modulato da qualcuno di veramente competente. Che è poi ciò che sto facendo tuttora. 


Cosa ti ha insegnato questa esperienza?

Con gli anni mi sono accorta che, effettivamente, una sorta di via d’uscita la si può trovare. Basta volerlo veramente, e mettercisi d’impegno in maniera mostruosa. 

Traendo ispirazione da quello che mi circondava, ho cercato di trasformarla in motivazione. Mi sono accorta che non avrei mai potuto fare quello che mi ero programmata nella vita, se non fossi stata capace di tenere sì, sotto controllo… ma stavolta, l’anoressia stessa! E sono andata avanti. Sto andando avanti tuttora. 


Perché secondo te hai avuto questo problema?

C’è un solo punto centrale, ed è tutto: il controllo. Fin dalla primissima infanzia in ogni ambito della vita, e poi con un formidabile colpo di coda, negli anni dell’adolescenza, questo controllo si è riversato anche sull’ambito alimentare. 

Gli stereotipi ed i falsi miti dell’anoressia vorrebbero che questa patologia derivasse da rapporti sbagliati con i genitori / con la famiglia, violenze ed esperienze traumatiche subite, dieta iniziata da persone cicciottelle per non essere sfottute e solo per perdere qualche chilo ma che poi sfugge di mano, bisogno d’amore, voglia di essere magre per aderire agli standard sociali, voler fare le modelle, perfezionismo eccessivo… mi dispiace per tutti coloro che credono in questi luoghi comuni, ma io non spunto nessuna di queste caselle. 

Nella mia personale esperienza, l’unico vero motore dell’anoressia è stato solo e soltanto il CONTROLLO


Cosa vorresti dire alla vecchia te?

Che va bene così. Che non avrei potuto fare diversamente, perché nessuno sceglie un male riconoscendolo come tale ma solo se, per sbaglio, ad un certo punto pur erroneamente lo vede come un bene rispetto ad un qualcos’altro che viene percepito come un male maggiore. 

Non potrei dirmi niente, perché ho fatto quello che ero: me stessa. 

Mi darei una pacca sulla spalla, ed una piccola spinta per non rimanere troppo incagliata e ricominciare ad andare avanti.


Vivi ancora dei momenti difficili? Se sì, quando?

Eccomi qua, oggi, per lo più priva dei comportamenti alimentari tipici dell’anoressia, con un residuo e persistente certo bisogno di controllo, e tuttora combatto giorno dopo giorno, cercando di non abbassare mai la guardia.

Col tempo ho imparato a far prevalere per la maggior parte la razionalità sull’illogico bisogno di controllo eccessivo, e sui suoi riflessi sulla mia vita.

Sono più consapevole del fatto che è impossibile che io riesca a controllare ogni singolo aspetto della mia vita. So che quando mi trovo in difficoltà tendo sempre ad utilizzare la restrizione alimentare come surrogato di controllo, e so che questo fa parte del modo in cui io sono fatta, e devo accettarlo ma non cedervi. 

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AUTRICE DELLA FOTO: VEGGIE

Come stai oggi?

So che adesso che ho nuovamente raggiunto il mio set-point di peso corporeo, rimarrò più o meno qui, salvo un paio di chili in più o in meno come margine d’oscillazione. Evidentemente, il mio bisogno di controllo non ha niente a che fare con il mio corpo. 

Inoltre, ho imparato a separare il mio bisogno di controllo da tutto il resto. Come dicevo prima, nonostante quelli che possano essere i falsi miti sull’anoressia, io non ho mai prestato particolare interesse alla mia fisicità. Non mi sono mai giudicata per la mia apparenza esteriore. Mi sono sempre giudicata molto, molto di più per le mie capacità scolastiche e sportive, e cose di questo genere. 

Certo, l’anoressia ha cambiato qualcosa, nel senso che ho utilizzato la mia fisicità come marker della presenza o meno del controllo: fintanto che restringevo l’alimentazione, ero in controllo. Ma sono adesso consapevole che questo in realtà non esprime in alcun modo niente della persona che sono. 

Da un punto di vista prettamente fisico, quello che cerco di fare è lavorare sull’accettazione del mio corpo. Non mi piace la mia fisicità, e non credo che debba necessariamente piacermi. […] Non fa per me, inutile mentire a me stessa. 

Così, anziché lavorare sull’imparare ad amare il mio corpo, abbiamo iniziato a lavorare sull’accettazione. Sulla consapevolezza che non mi piace la mia fisicità, e probabilmente non mi piacerà mai, ma che devo imparare ad accettare un certo standard corporeo, anche se non rispecchia la mia idea di “dimostrazione di controllo”, perché è quello che mi permettere di vivere una vita degna, concentrandomi invece sulle cose che veramente rappresentano i miei punti di forza, e valorizzandoli. E questo, pian piano, sta facendo la differenza. […]

Ho raggiunto una condizione ideale? Non lo so. Ma ho trovato un equilibrio. Il mio equilibrio. E da qui continuo ad andare avanti giorno dopo giorno, in quest’equilibrio. Mi viene da dirlo in Inglese, con una frase rubata ad una canzone, ma che rende moltissimo: 

It works for me

Quello che conta davvero è la mia capacità di essere un medico competente, una buona atleta, una persona corretta, una persona in grado di realizzare i propri obiettivi nella vita.


Che consiglio daresti ad una persona che manifesta i primi segnali di un comportamento disordinato con il cibo?

Le direi che l’anoressia è una prigione che non ha odore, che non ha sbarre, che non ha mura: una prigione per la mente… ci si entra senza propriamente accorgersene, e poi ci si rimane impantanate come nelle sabbie mobili. Nelle sabbie mobili si può tranquillamente annegare, o si può cercare di tirarsene fuori. L’anoressia non è una scelta, ma lo è il sintomo strettamente alimentare, e lo è la decisione di contrastarla. 

Certo, è una cosa da cui sono passata, e niente potrà cancellarla. Ma la porterò nel doppio fondo dell’anima per sempre, come una contrabbandiera dell’orrore. Sorella morte. Ma la mia vita è ancora nelle mie mani, perciò ogni giorno sta a me decidere cosa farne. […]

Adesso sono circa 8 anni che non restringo l’alimentazione… ed e dura e difficile, ma col tempo (e con l’aiuto della psicoterapia) gli angoli si smussano… ed ogni anno che passa, voglio poter aggiungere al mio conto di “assenza di restrizione alimentare” un anno in più. 

Vivere senza essere soverchiate dall’anoressia è possibile, e quando lo si fa, si acquisisce veramente una vita di qualità, una vita che vale la pena di essere vissuta. Credo che stia ad ognuna di noi lo scegliere di farlo – e come farlo. Io ho fatto la mia scelta. Spero che sia anche quella di ogni persona che ancora in questo momento si sta dibattendo nella spirale discendente dell’anoressia. 


Vuoi aggiungere qualcosa?

  1. Tutto quello che ho appena scritto è riferito alla mia singola e personale esperienza, perciò non ho alcuna pretesa di essere detentrice di verità assolute ed universali in merito all’anoressia. Io credo, anzi, che non esista LA anoressiA, bensì LE anoressiE, una per ogni persona che ne è affetta, perché ogni persona è un caso a sé, col proprio carattere, il proprio background, la propria sensibilità. Magari ci saranno persone che si riconosceranno in tutto o in parte di quello che ho scritto, ed altre che invece penseranno: eh? ma che diamine dice questa qui? … ed è assolutamente normale, in entrambi i casi. Ognuna di noi ha la propria esperienza ed il proprio vissuto, ed ognuna racconta la propria storia: tutte parimenti valide e vere. 
  2. I DCA non hanno niente a che vedere col peso, anche questo è un altro “falso mito”. Ed è perciò importante chiedere aiuto, a prescindere dal peso raggiunto, perché un DCA non è MAI una questione di peso, è una malattia psichica con secondari risvolti sulla fisicità. Non aspettare di essere “fisicamente malate abbastanza” (ovvero visivamente eccessivamente sottopeso) per chiedere aiuto: numerosi studi clinici dimostrano che i DCA hanno un tasso di cronicizzazione direttamente proporzionale alla durata della patologia stessa, quindi prima si chiede aiuto e migliore è l’outcome. 
  3. Nessuna persona “E’ anoressica”. Tutte “ABBIAMO l’anoressia”. Perché è una malattia, e dunque un qualcosa che si HA, non un qualcosa che si E’. Dire “sono anoressica” è sbagliatissimo, concettualmente e all’atto pratico, dovrebbe essere bandito, perché una frase del genere favorisce l’identificazione in una malattia che già di per sé è fortemente totalizzante, il che è del tutto deleterio, e rende ancor più difficile il già estremamente complicato ed accidentato percorso di lotta.
  4. L’anoressia ha conseguenze dannose sul fisico, alcune delle quali anche permanenti (nel mio caso, osteoporosi ed infertilità), e conseguenze ancor più dannose sulla psiche. […] Tuttavia, credo fermamente nel fatto che sia assolutamente possibile avere una remissione dell’anoressia (della bulimia, del binge e di qualsiasi DCA). Essere consci della presenza interiore del proprio DCA, ma avere un corpo sano ed utilizzare strategie di coping differenti dalla restrizione alimentare: ecco cos’è la remissione… ed è un traguardo cui credo fermamente possiamo arrivare tutte quante, nessuna eccezione. Un traguardo per cui dobbiamo continuare a lottare. Sempre e comunque. 

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