Seguito naturale di “Non mi sono mai piaciuta”, Valentina Dallari ci presenta “Uroboro”, dove torna a parlare della sua lotta contro l’anoressia, stavolta parte di un racconto più amplio e simbolico della sua anima irrequieta.


Viaggio eterno nelle crepe dell’anima

L’Uroboro è il serpente che morde la propria coda, simbolo antico dell’eterno ritorno in cui inizio e fine non sono poi così lontani e diversi tra loro.

Ed è proprio qui l’essenza dell’opera di Valentina Dallari: raccontare un viaggio ciclico, di morte e rinascita e ancora morte, dove ogni volta il mostro torna a farci visita, navigando senza freni tra le ferite dell’anima.

È una vera e propria discesa negli inferi di se stessa, iniziata con la scoperta della sua rivale – l’anoressia nervosa raccontata meravigliosamente in “Non mi sono mai piaciuta” – e ancora viva nelle esperienze della sua ricerca quotidiana del senso dell’esistenza.


Sentirsi soli e incompresi

Una delle emozioni analizzate dell’anima di Valentina Dallari è proprio la solitudine.

Quella di chi non viene ascoltato, quella di chi è circondato da tantissime persone ma ha freddo dentro, quella di chi prova a spiegare lo spettro dell’anoressia nervosa ma senza essere mai davvero capito.

E quella di chi, per tutti questi motivi, sceglie deliberatamente di tacere. Ma non sulla carta, dove la Dallari diventa un fiume in piena, ricordo dopo ricordo, aprendosi al lettore attraverso quel filo impercettibile e reale di chi, al contrario del resto del mondo, capisce eccome il suo dolore.


“Anoressizzare” il piacere

“Nonostante gli anni passati, nonostante un libro e tanta terapia, oggi credo di essermi accorta realmente di come questo disturbo si sia radicalmente insinuato negli angoli più remoti di me, indipendentemente dal rapporto sano che mantengo attualmente con il cibo e con la forma fisica. Non è stato facile accettare che l’anoressia, in realtà, la porti dentro”

Un male che, piano piano, pur essendo risolto nella sua forma acuta, le ha lasciato una incapacità di provare piacere, emozionarsi e vivere sentimenti come il dolore ma anche e soprattutto la gioia.

Un racconto, in definitiva, onesto e lucido come pochi se ne vedono sulle ombre che l’anoressia lascia, specie in certi giorni “bui” che riconosci dal primo mattino.


Un serpente letale, dunque?

Non proprio. Non del tutto almeno. Perché se è vero che il vuoto fa paura, per la Dallari lo stesso vuoto, quel “buco nero” che non conosciamo, rappresenta una forma di libertà allo stato puro: quella di poterci costruire di nuovo.

Possiamo crearci di nuovo, oltre il disturbo alimentare e oltre le ferite dell’anima.

“Fino a creparmi il cuore, fino a imparare a morire di gioia”.

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